Luis Buñuel

(1900-1983)

Autore tra i più eclettici, Buñuel si è misurato con generi e registri disparati, dalla poetica surrealista al neorealismo, dal thriller alla commedia elegante, mantenendo intatti, come filo conduttore ideale, l'aspra critica della società borghese e la rappresentazione grottesca dell'esistenza: come chiosa Truffaut, «credo che Buñuel pensi che la gente sia imbecille ma che la vita sia divertente».

Luis Buñuel nasce in Spagna da una famiglia di proprietari terrieri e, in gioventù, subisce una rigida educazione in un collegio gesuita; frequenta la Facoltà di Lettere a Madrid, dove si laurea nel 1924. L'anno successivo si trasferisce a Parigi, muovendo i primi passi nell'ambiente cinematografico come aiuto regista di Epstein: sono gli anni in cui si avvicina alle avanguardie artistiche, che trovano nella capitale francese la patria d'elezione. In particolar modo realizza, a quattro mani con l'amico Salvador Dalì, Un chien andalou (1928) e L'age d'or (1930), e insieme a Pierre Unik Las Hurdes (1932), considerati tra gli episodi più riusciti della cinematografia del movimento surrealista. Sono opere mosse da uno spirito anticonvenzionale che mira a lacerare il gusto estetico ordinario e a scardinare le strutture sociali borghesi, rifiutando il primato della forma a favore del contenuto, che è costituito dall'accostamento di immagini «brute», non mediate da infingimenti stilistici: per esempio l'occhio sezionato da un rasoio o la carcassa d'asino legata al pianoforte in Un chien andalou; gli scorpioni e le carogne d'animali ne L'age d'or; le zone desolate e arretrate dagli abitanti miseri e affetti da cretinismo ne Las Hurdes. Proprio questi ultimi due film soffriranno la stretta della censura, tanto che L'age d'or oltre al sequestro subirà anche la distruzione delle copie.

In seguito alla vittoria franchista in Spagna si sposta prima a New York e poi, nell'immediato dopoguerra, in Messico, dove gira una quindicina di film, spesso su commissione, tra i quali si distinguono Los olvidados (1951), drammatica denuncia sociale dal realismo violento e allucinato, con cui vince il premio per la miglior regia a Cannes; i melodrammi dai toni surreali e onirici Subida al cielo (1951) e Cime tempestose (1953); Le rive della morte (1954) e Estasi di un delitto (1955), in cui uno stile più realistico si accompagna a precisi elementi psicanalitici che mettono in rilievo le contraddizioni dell'educazione e della famiglia borghese; infine Nazarín (1957) racconto della crisi religiosa di un abate nel Messico di fine Ottocento e al tempo stesso critica del potere alienante del messaggio cattolico in una società iniqua.

Dal punto di vista formale il cinema di Buñuel, soprattutto nei lungometraggi realizzati in Europa a partire dagli anni Sessanta, volge verso un controllo estetico più accurato, una maggiore compostezza tecnica mai disgiunta dai motivi surrealistici a lui cari, che, in maniera più o meno esplicita, offrono un contraltare al realismo narrativo.

In queste opere il regista spagnolo perpetua la propria speculazione polemica nei confronti delle istituzioni e dell'ipocrisia morale, come accade ne Il diario di una cameriera (1963) o in Tristana (1970), dramma tratto dal romanzo di Benito Pérez Galdós  e incentrato sulla relazione tra amore, decadenza e morte; così come il dissacrante discorso sulla religione cattolica, che si ritrova in Viridiana (1961), Palma d'oro a Cannes, Simon del deserto (1965), storia di un monaco stilita tentato dal demonio, e La via lattea (1968), che ripercorre la storia del cristianesimo attraverso le eresie, viste come occasione di confronto dialettico, utilizzando la forza eversiva delle immagini e delle situazioni secondo il modello surrealista.

Il bersaglio costante restano, tuttavia, la borghesia e le convenzioni morali e sociali, che Buñuel prende di mira sino alla conclusione del proprio percorso artistico, raggiungendo un ampio successo sia in termini di critica che di pubblico, a cominciare da L'angelo sterminatore (1962), cinica commedia dagli accenti onirici che descrive un gruppo dell'alta società messicana misteriosamente imprigionato in un salone. Seguono film quali Bella di giorno (1966), Leone d'oro a Venezia, in cui tratteggia il personaggio di Séverine, moglie di un medico che si prostituisce ogni pomeriggio, ricorrendo alle fantasie erotiche come surrogato dell'insoddisfazione sentimentale; Il fascino discreto della borghesia (1972), che vince il premio Oscar come miglior film straniero, affresco corale ironico e grottesco nel quale si confondono dimensione reale e fantastica, atto d'accusa verso una società fallimentare giocato sulla comicità e l'assurdo; per terminare con Quell'oscuro oggetto del desiderio (1977), ultima fatica del regista e aspra invettiva contro la bigotta morale borghese, risolta con brillanti invenzioni stilistiche e narrative, per esempio lo sdoppiamento della protagonista femminile in due attrici diverse, ricondotte a una singola figura dalla voce e dalle soluzioni di  montaggio.

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