Un condannato a morte è fuggito

(R. Bresson, Un condamné à mort s'est échappé, 1956)

Dopo essere stato interrogato dalla Gestapo, un componente della Resistenza Francese tenta la fuga, ma viene fermato e rinchiuso in una cella del forte di Montluc, a Lione. Comincia quindi ad escogitare un piano di fuga che, nonostante l'arrivo di un nuovo compagno di cella (sospettato di essere una spia) e la condanna a morte incombente, gli consentirà di evadere e riconquistare la libertà.

Tratto da un romanzo di Andrè Devigny e premiato al Festival di Cannes nel 1957, Un condannato a morte è fuggito è il film più famoso di Bresson, in cui l'epopea del prigioniero riflette il dramma dell'esistenza, con l'evasione finale intesa come fuga dalle proprie debolezze.

L'angolazione con cui la macchina da presa riprende le mani, il volto, gli sguardi del protagonista rinchiuso in cella conferisce al film un carattere intimo, riflessivo, funzionale al messaggio che Bresson vuole comunicare al pubblico: la libertà interiore non può essere violata da nessuna oppressione né può essere rinchiusa in gabbia. 

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